Editoriale (marzo 2014)

Nei diversi testi raccolti in questo numero ricorrono una serie di temi comuni, proposti sotto diverse prospettive, che si intrecciano fra loro, tracciando alcuni percorsi problematici che può essere utile ricapitolare qui.

Possiamo partire dal concetto di vittima che, come nota Davide Maiocchi, descrive sicuramente una condizione attuale ma porta anche a mascherare e a travisare sia i soggetti concreti, con le loro competenze, sia la ricchezza di rapporti inter-specifici che possono instaurarsi. Da tempo alcune teorie femministe hanno messo in guardia contro la trappola che la costituzione della soggettività sull’oppressione comporta. Se l’unico contenuto positivo dell’oppresso diventa questo suo status di vittima, ne deriva che – come si diceva a proposito delle donne – eliminata l’oppressione, un animale non diventa libero ma superfluo. Riprendendo il concetto di «stato di ingiuria» di Brown, Traversa riflette su come il legare la propria azione alla rivendicazione di un risarcimento per l’ingiuria patita può costituire un ostacolo all’elaborazione di modalità diverse di socializzazione.

Il carattere astratto e unificante della vittima si lega del resto a quello dell’eroe salvifico, in cui la liberazione ripropone lo stereotipo della passione come amore-morte. Negli articoli di Zabonati e Traversa la mitologia dell’eroe rivoluzionario mostra il suo profondo radicamento nel paradigma della scissione fra intelletto e sentimenti, in cui la dimensione politica è intesa come ascesi da ogni impurità e densità del vivere; una mitologia che ha come suo effetto quello di oscurare e relegare nell’ambito dell’insignificante «la forza sovvertitrice delle azioni quotidiane dell’attivismo, tipicamente realizzate dalle militanti» (Zabonati). Quali dimensioni dell’uguaglianza – si domanda Traversa iniziando la sua riflessione – possono minare la complessità? La dedizione ad imperativi astratti, anche quello della «causa», presuppone essenzialmente di «non notare».

Non notato e assente anche il leopardo che improvvisamente va a scombinare gli schemi consolidati della ricerca di Estebanez. I confini tra le discipline che fino a poco tempo fa stabilivano limiti rigidi fra fenomeni naturali e culturali, sono stati certo una delle cause, come nota Birke, di una mancata elaborazione delle relazioni inter-specifiche. Tuttavia per portare le relazioni al centro dell’attenzione, ciò che occorre non è una nuova disciplina, ma uno strumento che permetta di coglierle nel loro intrecciarsi concreto: il corpo, per la sua «disponibilità e vulnerabilità, si presenta come uno strumento di ricerca […] si impone per pensare la vita in comune» (Estebanez), come mezzo fondamentale di traduzione tanto più nelle comunità ibride dove il linguaggio articolato perde importanza. Si tratta quindi di sostituire alla domanda sull’essere quella sulle relazioni che possono intrecciarsi fra individui viventi, sulla loro agency: ancora un concetto elaborato nell’ambito delle teorie femministe. Se la corporeità può essere uno strumento euristico, se permette di riempire i «silenzi delle scienze», è perché è nel suo ambito che si costruiscono i modi di vivere comuni: «le interrelazioni sono profondamente vissute nel nostro corpo (embodied)» (Birke). Nelle pratiche si intrecciano comunicazioni che la verbalizzazione, a cui gli umani sembrano relegare quasi completamente la conoscenza, ha concesso raramente ascolto.

Vorrei a questo punto accennare ad un problema, che resta defilato nei vari testi qui presentati. Stante che questo strato di realtà che un sapere embodied fa emergere costituisce per certi versi un’altra scena rispetto al mondo delle rappresentazioni discorsive, a mio parere questo non significa che le rappresentazioni non agiscano nelle pratiche. Queste ultime non costituiscono uno strato originario da cui saperi ed ideologie emergono, per occultarle e piegarle a meccanismi di potere, anche se in effetti avviene anche questo. Tuttavia non bisogna pensare le pratiche concrete come una sorta di fondo di verità che si tratterebbe di disvelare; piuttosto ciò che ci si propone di fare nei contributi presentati, è reperire il modo in cui anche le nostre rappresentazioni più astratte possono essere all’opera nei gesti più quotidiani e come questi siano caratterizzati sempre da plurivocità e densità.

A questo proposito è indicativa l’analisi che Traversa fa del desiderio di relazioni intra-specifiche (ma non solo), una riflessione che deriva la sua complessità dal non poter mai essere ridotta ad un’opposizione manichea. Il desiderio non è una forza libera ed emancipatoria coartata da un potere che le impone le sue regole. È già sempre preso in meccanismi di potere che limitano e appropriano, può concretizzarsi in istanza di conquista e di sostituzione; come avviene nell’elaborazione dell’esotismo o in alcune ambiguità dell’«equitazione naturale».

Dunque la convivenza tra specie, umane e non, sembra non caratterizzarsi tanto come un’opposizione binaria, concettualizzabile nel semplice rapporto di oppressione, ma come una zona grigia, (si veda Scambi con MeM http://scambiconmem.wordpress.com/2013/03/27/4/#comments), per l’analisi della quale il concetto di vittima risulta straordinariamente fuorviante. La conoscenza di tale spazio è fondamentale, come scrive Maiocchi, «proprio da parte di coloro che mirano ad incanalare verso proficui scenari la convivenza fra la specie umana e le altre specie animali».

Se irrigidire le differenze in definizioni identitarie di un gruppo è stata una procedura tipica dell’antropocentrismo e del colonialismo culturale, bisognerebbe guardarsi dall’importarle in chiave anti-coloniale. Su questa questione verte l’articolo di Nadia Sanger, autrice sudafricana che ci permette di gettare uno sguardo su cosa ne è della questione animale in un contesto non europeo o nord americano. In una situazione post-coloniale l’uso di concetti binari e identitari dovrebbe risultare sospetto, laddove invece l’attenzione andrebbe portata sul modo in cui «le scelte e le pratiche» dei sudafricani bianchi confermano un atteggiamento neo-coloniale: non il fatto di tenere con sé degli animali, ma le modalità della relazione con loro.

Brunella Bucciarelli