Beasts of the Southern Wild – Re della terra selvaggia

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Beasts of the Southern Wild – Re della terra selvaggia, recensione del film di Ben Zeitlin, U.S.A. 2012

Di Michela Pezzarini


«La sacralità della natura non esiste: la natura è pura brutalità dove non esiste nessun idealismo»

Da una recensione del film trovata in Rete.

«In un contesto di vita sociale sensata e pacificata, la vera sostanza del patto sociale è quello tacito e quotidiano di lavarsi, tenere pulita la casa, vestirsi con decoro, pagare le tasse o una parte, allevare i figli o mandarli a scuola…», così mi rimbalzano nella testa le parole di Luisa Muraro [p.17] mentre assisto alla proiezione di un film candidato a diversi premi Oscar, in un’Italia pre-elettorale.

Questo finché non si viene e a sapere che da qualche parte aerei buttano le bombe in nome tuo su gente inerme, militari torturano prigionieri, scienziati studiano congegni sempre più micidiali, si fanno lauti affari vendendo armi sofisticate a paesi che non hanno né scuole né ospedali a sufficienza.. Cose così. Come se fossero normali o inevitabili. […] A questo punto resterebbero tre possibilità: protestare, tacere o ammalarsi. Alle volte non si può scegliere e la scelta si fa da sé – ci si ammala. Altre invece si decide di non tacere, si dà un calcio al quieto vivere e allo status quo e si protesta. Si alza la voce, si grida, ci si sgola e si ritira il proprio credito alle leggi e alle autorità costituite; ci si riprende la piena responsabilità della propria forza, poca o tanta che sia, e ci si dà licenza di usarla» [p.18-19].

Ho da poco letto queste parole sull’autobus che mi porta verso il cinema del centro città e mi stupisco della coerenza con cui quello che vedo sullo schermo me le richiama alla memoria, facendole risuonare forte. Sono parole che mi hanno colpito e che si stanno depositando su qualche fondo da cui sono state immediatamente richiamate verso la superficie.

Il film è Re della terra selvaggia e le immagini che vedo scorrere corrispondono in qualche imperfetta misura a quello che secondo Luisa Muraro non dovrebbe accadere, ma che sullo schermo è già accaduto e sta accadendo: chi avrà deciso di riprendere l’uso della propria forza, «non cadrà per questo in uno stato di selvaggeria e di barbarie». E: «Al mondo siamo venuti che eravamo attesi, ci aspettavano persone che ci hanno offerto un po’ d’amore, che ci hanno sorriso e insegnato a parlare: è così che siamo diventati umani, grazie a un ordine simbolico materno di cui la filosofia politica sa ben poco o niente» [p.19].

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La protagonista Hushpuppy è una bambina piccola, di circa 5 o 6 anni, che si sveglia in una catapecchia fatiscente immersa in una fitta vegetazione selvatica. È sola e le piace ascoltare il cuore del mondo, che per lei è il battito del cuore degli animali con cui vive. La sua vocina fuori campo ce lo spiega mentre avvicina l’orecchio al cuore di un uccellino, del cane, del maiale che vive sotto la casa-palafitta, come fossero tante conchiglie da ascoltare. C’è un padre che si prende più o meno cura di lei in quella comunità di resistenti alla civiltà, gente che ha scelto pertinacemente di vivere nelle paludi di un fiume vasto come il mare che potrebbe essere (e infatti è) il Mississippi. Vivono fuori dal mondo (civilizzato), lontano da quel paesaggio di ciminiere fumanti che sta al di là della grande diga: loro abitano in uno stato di natura al di qua, nella Grande Vasca – the Big Bath, dichiara un cartello che spunta dalle acque. Di là si fanno le ferie una volta all’anno e i pesci sono avvolti nella plastica, mentre di qua si fa festa quando si vuole, si accendono i fuochi artificiali e ci si sbronza solennemente di birra o di quel che capita. Di qua si vive come animali: questo il papà insegna a Hushpuppy: «Tu sei un animale, siamo tutti animali, non te lo devi dimenticare mai!» Sarà questo lo stato di selvaggeria o di barbarie a cui si riferisce Muraro? – mi domando. Sarà forse qualcosa del genere? Neppure io so nulla di filosofia politica, confesso, e mi domando se una comunità che vive all’estrema periferia della società organizzata, senza ospedali, fabbriche e scuole sia una caduta nella barbarie, e se per selvaggeria si intenda il fatto che non ci si lava, non ci si veste decorosamente né ci si prende enorme cura dei figli, che imparano da piccoli ad arrangiarsi come possono. Sì, credo che tutto ciò per il sentire comune – e credo anche per il mio, in definitiva – corrisponda ad una qualche forma di barbarie.

Se solo tutto però non rientrasse nel cliché della fiction apocalittico-ambientalista a cui in questi anni ci stanno abituando! Dal «non ci sono più le stagioni» al «siamo sull’orlo del baratro» il salto si è compiuto in una decina, forse una ventina di anni e la situazione socio-politica non ha aiutato, né in Italia né in altri paesi. Le ciminiere della Grande Industria che si stagliano all’orizzonte minacciose sono -anche qui, nelle paludi del delta del Mississippi, alla vigilia del tornado Katrina – il simbolo del «Paese dove le cose si comprano nei negozi e il pesce è avvolto nella plastica», definizione che coniuga comodamente anticapitalismo e ambientalismo, due tasselli che si incastrano perfettamente sulla tavola catastrofista del bene e del male. Ma come può non piacere un film che racconta la favola di una Pippi Calzelughe semiselvaggia che sogna la mamma, cerca di prendersi cura di un padre malato e fuori di testa mentre sente il «battito del cuore del mondo» in tutte le creature che la circondano?

Mi rendo conto di non rendere giustizia alla bravura della giovanissima attrice, che davvero regge sulle piccole spalle tutto il peso del film, quando dico che ci sono state molte interferenze che mi hanno impedito di godere della poesia di ogni suo gesto. Hushpuppy vive in una dimensione (pre e post) apocalittica in cui da un momento all’altro si rischia di essere spazzati via dal temibile uragano – cosa che regolarmente accade – e a scuola (una scuola c’è!) la maestra-sciamana insegna che le calotte polari si stanno spostando e che una volta spostate del tutto… bang! Non ci sarà più niente da fare: l’umanità sarà spacciata e torneranno enormi animali zannuti a mangiarsi i bambini come nella preistoria – li mangiavano addirittura davanti alle loro mamme e ai loro papà… per questo bisogna essere forti e non avere paura: perché loro non hanno paura di noi, e ci fanno fuori senza scrupoli. Ed è a questo punto che la mia simpatia per la fiaba anticapitalistico-ambientale inizia un po’ a scemare.

Mentre i cinghialoni evocati dalle parole della maestra-sciamana iniziano davvero a scorrazzare nella palude – un tocco di realismo magico che dà coerenza alla fiaba – se ci si vuole salvare dai cinghialoni mangiabambini, bisogna diventare forti e non avere paura. «Carne, carne, siamo carne!!», intima minacciosa la maestra-sciamana battendosi forte una mano sulla coscia (carnosa). «Sempre carne: siamo carne e ci nutriamo di carne!» reitera, mentre i bambini si avventano sul contenuto di una cesta sgocciolante rovesciata sul pavimento staccando a morsi la testa di pesci e gamberi ancora vivi e umidi di pesca. La merenda è servita insieme alla lezione sulla legge del più forte: mangiare se non si vuole essere mangiati. I pesci non sono pesci avvolti nella plastica, certo che no, e neppure comprati nei negozi del paese capitalista, ma pescati direttamente dalle acque su cui il padre di Hushpuppy le insegna, a bordo di una bagnarola a motore, a prendersi cura di sé. Dovrà imparare a pescare i pesci con le mani, non è difficile, e una volta pescati dovrà sbatterli sul fondo della barca e finirli a botte in testa con un sasso. Anche Hushpuppy dovrà imparare ad arrangiarsi e a procurarsi la pappa da sola.

Uscendo dal cinema, nella sala semivuota ho visto che c’era una bambina dell’età di Hushpuppy, che le assomigliava moltissimo, seduta con due donne (forse la mamma e un’amica, o una zia) qualche fila più indietro. E mi sono chiesta come mai non verrebbe mai in mente (giustamente) di portare un piccolo umano a vedere un film come Kill Bill, dove la violenza è grafica e abbondante, seppur da fumetto, e dove una bambina figlia della killer protagonista racconta di quando ha schiacciato il suo pesce rosso con il piedino perché non voleva morire da solo sul tappeto, poi va a dormire e come ninna-nanna si guarda un cartone animato giapponese in cui volano teste mozzate da sciaboloni zen. Ma la si porta, la cucciola umana, a vedere un film dove un’altra piccola umana impara a far fuori gli animali – è vero, sono solo pesci e non piangono né gridano – a sassate in testa. Dove per colazione si getta un pollo morto sulla graticola e via, dove si apprende che siamo «animali» e « solo carne». Ho il sospetto che ciò avvenga perché la protagonista è una bambina in una fiaba contemporanea che ci avverte della catastrofe ambientale e dei danni del capitalismo. Anche il presidente Obama è un grande fan del film che mette in discussione il senso della vita, la nostra, di animali malati di capitalismo e industria, animali che nella natura si comportano da animali. Ovvero, si comportano come immaginiamo che gli animali facciano in natura, intesa per come ce l’hanno fatta immaginare i documentari di National Geographic: predatori affamati di carne che cacciano e si cibano di altri animali, le prede. In questo consiste la legge di natura, a quanto pare, e poco conta che nel regno animale i predatori siano appena il cinque o sei per cento delle specie, perché questa è la visione adrenalinica della natura che fa intrattenimento – i ruminanti al pascolo pare non incrementino troppo l’audience, a meno che non finiscano sbranati dopo una lunga corsa a perdifiato nella savana. Questa, seppur catastrofista, è pur sempre una fiaba e solo alle prese con l’inondazione della Terra Selvaggia provocata dal Tornado i superstiti della comunità (ora sommersa) coltiveranno ( e solo per estrema necessità) lattughe e peperoni in certi orti galleggianti improvvisati sulle zattere. I pesci muoiono trasformandosi in materia putrescente nell’acqua ormai inquinata: la colpa è dell’industria, o forse del Tornado, o forse dell’una e dell’altro. Finiti sono i tempi in cui ci si poteva cibare liberamente di granchi vivi.

Una riflessione, un interrogativo: animali tra gli animali, nella posizione naturale di essere predatori (ma anche prede!), chissà se avremmo obblighi morali nei confronti di individui che appartengono alle altre specie? Se gli animali umani sono indubitabilmente accomunati agli animali non umani dalla vita biologica, in una condizione in cui la vita biologica prevalga – in una interpretazione di natura identificata nella sopravvivenza del più forte – l’appello a facoltà quali l’empatia, la compassione o la pietà può trovare posto?

La sopravvivenza della comunità nell’ostile Terra Selvaggia conta sulla presenza di altri animali da mangiare, questo è indubitabile: «Dov’è papà? Presto gli animali da mangiare saranno finiti, e dovrò iniziare a mangiare i nostri animali», riflette tra sé Hushpuppy quando il padre sparisce per qualche tempo, forse qualche giorno, e lei si deve arrangiare da sola. La cura degli individui deboli non è una pratica universalmente riconosciuta agli animali; i recenti studi etologici in cui un mammifero o un uccello si prendono cura di un individuo vulnerabile anche a discapito del proprio tornaconto personale se sono conosciuti – e spessissimo non lo sono affatto – vengono sbrigativamente catalogati come «umanizzazione» o «antropomorfismo» dai sostenitori della legge di natura a cui si faceva cenno. L’etica per gli animali dei difensori dell’ambiente spesso non riconosce né l’ individualità né la cultura in evoluzione delle comunità e dei singoli individui, considerati piuttosto come specie con determinate caratteristiche fisse e pressoché immutabili nel tempo. Quando il padre gravemente malato insegna a Hushpuppy che ci si deve prendere cura dei più deboli, non si sta quindi appellando ad una presunta legge di natura né al fatto di essere animali tra gli animali – secondo l’idea sbandierata dal regista e ribadita con forza a leit motiv del racconto – ma piuttosto a qualche facoltà che, semmai, dagli animali li (ci) distinguerebbe.

La condizione di animali umani appartenenti ad una specie come le altre infatti non ci sostiene molto nella nostra capacità di provare e manifestare compassione, di fermare la mano che stringe il sasso, di uscire dal cerchio della presunta legge che ci colloca fermamente nel ciclo vitale naturale di chi mangia o è mangiato. La nostra condizione di appartenenti ad una specie tra le specie, al contrario, ci porta a impugnare il sasso o il bastone e ci fa dichiarare che siamo «carne e mangiamo carne, sempre carne», perché siamo animali e così fanno gli animali (o comunque quelli con cui ci identifichiamo, ovvio). Ciò non ci permette di praticare la pietà, pena il finire mangiati da chi per noi non avrà compassione, come l’Auroch, l’enorme cinghiale zannuto che perlustra grosso e temibile la palude a caccia di bambini indifesi di cui cibarsi. Ed è così dalla notte dei tempi, come testimonia il tatuaggio in stile paleolitico sulla coscia che la maestra-sciamana esibisce ai piccoli cacciatori in erba increduli.

Laggiù nella Terra Selvaggia, lontano dalle ciminiere che riempiono di fumi il cielo, lontano dai luoghi dove si mangia il pesce avvolto nella plastica comprato nei negozi, essere maschi è il modo d’essere. Nessuno nella Grande Vasca vuole passare per femminuccia, epiteto offensivo che la stessa Hushpuppy rifiuta esibendo la forza delle sue piccole braccia di bambina e vincendo il padre a braccio di ferro: «Chi è l’UOMO, eh?! Chi è l’UOMO?!», tuona il padre e: «IO sono l’UOMO, io sono l’UOMO!!», grida in risposta la piccola scarmigliata gonfiando il petto e spingendo con tutta la sua forza sui minuscoli bicipiti. Questo è uno stato di natura in cui per sopravvivere bisogna essere maschi, o diventarlo: solo i maschi sono forti, duri e coraggiosi e se la piccola Hushpuppy vuole diventare Re e salvare tutti, deve imparare la lezione del padre e farsi maschio. Ma, e c’è un ma: perché, come si diceva, «al mondo siamo venuti che eravamo attesi, ci aspettavano persone che ci hanno offerto un po’ d’amore, che ci hanno sorriso e insegnato a parlare: è così che siamo diventati umani, grazie a un ordine simbolico materno di cui la filosofia politica sa ben poco o niente […]» [Luisa Muraro, p.19]

Hushpuppy non ha mamma, che se ne è andata da tempo e senza motivo noto da qualche parte oltre l’orizzonte d’acqua, ora scrutato con pertinace desiderio dalla bambina. Hushpuppy non abita nella casa del padre, ma da sola nella «casa di Hushpuppy», che prima era la casa della mamma: qui sono rimasti alcuni suoi abiti, con cui si veste un pupazzo di cartone, mamma fittizia a cui si confidano i propri pensieri e le proprie riflessioni sulla vita e lo stare al mondo. Come per esempio quello sull’ordine dell’universo, che «si regge sull’incastro perfetto di tutte le cose: se un pezzo si rompe, anche piccolo, l’intero universo si rompe.» Hushpuppy sente molto forte il proprio ruolo di responsabile della realtà in cui è lasciata a districarsi da sola: è forse questa sua convinzione di portare sulle spalle di bambina la responsabilità di «riparare il mondo» che la candida al ruolo di Re Salvatore della Terra Selvaggia? Sarà pure un animale tra gli animali che si nutre di animali, ma la bambina non si arrende ad una visione meramente biologica della vita, come vorrebbero le premesse, tra mangiate di pesce crudo e sbronze di birra. Forse perché degli animali ausculta i cuori, che sente così simili al cuore del mondo, e al suo di bambina senza mamma.

L’elemento femminile e materno è dunque rappresentato dall’assenza, che lo trasforma in desiderio: assenza e desiderio sono i luoghi metaforici in cui la bambina deve diventare uomo e dimostrare al padre e a tutti gli altri di essere un uomo e non una femminuccia: tocca a lei diventare re per salvare tutti. Non regina, peccato: l’elemento maschilista del film, per altro, è tanto forte quanto dichiarato, quindi se non accettabile e condivisibile almeno facilmente identificabile come elemento fondante della «fiaba»stessa. Certo, il rimando alla società patriarcale reale in cui le bambine devono farsi androgine per riuscire a salvare se stesse è ben conosciuto – e difficile da lasciar passare. Fa sicuramente riflettere che la polarizzazione tra maschile e femminile sia ancora così forte, nei primi decenni del ventunesimo secolo, da rappresentare elementi quali la forza e il coraggio come lo sono sempre stati tradizionalmente, ovvero appartenenti al regno maschile, nonostante siano qui impersonati da una bambina. È comunque una bambina che dovrà farsi forte e dimostrare di essere coraggiosa per diventare capace di «riparare» un mondo che si può rompere da un momento all’altro (come ella stessa ci va spiegando, spaventata dal pugno dato al petto del padre, della cui morte immagina di essere responsabile).

È significativo, e forse anche simbolico, che il peso della sua missione sarà riconosciuto e accettato da Hushpuppy solo dopo essersi immersa e allontanata nelle acque del fiume con altre bambine e avere ritrovato la madre assente e tanto a lungo immaginata, desiderata, invocata. Avvolta in un magico alone di polvere d’oro nella cucina di un barcone dove gli uomini vanno a intrattenersi e a ballare con sorridenti donne agghindate, anche la donna-madre impartirà la sua lezione alla bambina. Fra le braccia materne in cui ci si può finalmente abbandonare al sogno nello spazio liquido lontano dalle desolate terre selvagge, Hushpuppy sarà cullata nel tempo acquatico delle parole senza rancore della bellissima principessa che un giorno si è risvegliata sguattera in cucina a friggere il pesce. Solo l’abbraccio materno «riparerà» il mondo della piccola Hushpuppy: solo dopo avere ritrovato la mamma l’ordine delle cose inizierà a ristabilirsi e il battito del cuore dell’universo si disperderà nei frammenti di cenere della pira dove brucia il corpo del padre, spinto al largo nella bagnarola in cui insegnava alla figlia come «badare a se stessa» (alle spese dei pesci del fiume).

Soltanto alla fine, dopo che sulla trama maschile-paterna si sarà intrecciato l’ordito femminile-materno, Hushpuppy sarà pronta a incontrare l’Auroch zannuto da pari a pari – e a fare amicizia. Bambina-sovrana, la sua voce fuori campo in chiusura ci spiega che «tutti perdono la cosa che li ha creati», e così la fiaba catastrofista assume i contorni di un mito. Rimane da vedere se all’inizio del ventunesimo secolo abbiamo bisogno di storie di uomini che sono uomini, donne che sono sguattere o principesse, e animali che sono carne.

Bibliografia

  • Luisa Muraro, Dio è violent, Nottetempo 2012
  • Joan C. Tronto, Confini Morali, Diabasis 2006
  • Kate Stewart e Matthew Cole, «La separazione concettuale di cibo e animali nell’infanzia», in Liberazioni, giugno 2013, tr. it. di Michela Pezzarini

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